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Educazione emotiva: l’importanza del vocabolario interiore

Come l'uso di formule social preconfezionate influenza la percezione dei disagi interiori

Da Davide Cannata
ph web emoji triste che piange

Ricorrere frequentemente a espressioni virali e diciture sintetiche per descrivere lo stato d’animo è diventata un’abitudine diffusa, ma questo linguaggio rischia di nascondere le reali sensazioni interiori. Definirsi costantemente in overthinking, procrastinatori seriali o emotivamente a pezzi rappresenta una modalità immediata e spesso ironica, ideale per una storia su Instagram, che tuttavia appiattisce contesti e vissuti assai differenti. Oltre la battuta di superficie si possono infatti celare ansia, vergogna, paura, stanchezza o un’incompiuta domanda di supporto che non si riesce a decodificare. Su questo tema si focalizza un’indagine svolta nel 2026 da Unobravo in collaborazione con Ipsos Doxa, incentrata sul panorama dell’educazione emotiva sul territorio italiano. La ricerca evidenzia un limite trasversale alle diverse fasce d’età che affonda le sue radici nella dimensione familiare, luogo principale in cui si acquisisce o si omette l’alfabetizzazione dei sentimenti.

Dai riscontri emersi, soltanto un italiano su quattro dichiara di aver fruito di un’educazione emotiva durante la crescita, mentre appena due persone su dieci ricordano figure genitoriali in grado di guidarle nel nominare ciò che provavano. Al contempo, oltre tre italiani su quattro ammettono che il bagaglio emotivo trasmesso nell’infanzia ha condizionato la qualità delle successive relazioni interpersonali. La difficoltà non riguarda unicamente il vocabolario, ma si estende alla facoltà di manifestare le proprie fragilità. Il 58% del campione dichiara di essere stato frenato nell’esprimere i propri stati d’animo con affermazioni quali «non piangere» o «devi essere forte», indicazioni tese a proteggere che finiscono per insegnare a dissimulare la sofferenza.

Il fenomeno appare marcato anche tra i più giovani: nella Generazione Z, più di un ragazzo su quattro riscontra ostacoli nel condividere in famiglia vissuti legati a tristezza o rabbia. Questo dato non indica una minore empatia o una superiore fragilità strutturale, bensì una distanza tra l’abbondanza di strumenti comunicativi e la capacità di narrare sensazioni complesse non riducibili a formule preconfezionate. Anche gli esperti di salute mentale confermano questo quadro. Tra i terapeuti con oltre dieci anni di attività, quattro su dieci riscontrano un impoverimento progressivo del linguaggio emotivo dei propri pazienti. Il 68% segnala una concreta fatica nell’esternare le emozioni, laddove soltanto il 4% colloca l’empatia tra le capacità meno sviluppate.

Questa marcata discrepanza dimostra che non riuscire a verbalizzare un vissuto non equivale a non provare nulla o all’assenza di empatia. Quasi otto professionisti su dieci individuano nell’appartenenza a contesti familiari poco abituati al dialogo emotivo uno dei fattori determinanti. Inoltre, quasi sette su dieci rilevano come l’incapacità di decodificare il proprio stato interiore renda difficile comprendere la natura del disagio e comunicare la necessità di aiuto, conducendo circa il 30% delle persone a rinviare la decisione di consultare uno specialista. Confondere paura e rabbia, oppure stanchezza e tristezza, impedisce di individuare le cause reali del malessere e i cambiamenti necessari per affrontarlo.

Dai social all’Emozionario per capire l’ansia e la rabbia

Per fare fronte a questa criticità, Unobravo ha ideato il progetto Emozionario – Il non dizionario delle emozioni, un’iniziativa che capovolge la struttura dei vocabolari tradizionali. Anziché muovere dalla definizione accademica di un sentimento, l’opera prende in esame i termini e gli slogan adottati nel quotidiano per interrogarsi su cosa vi si nasconda al di sotto. Il progetto è stato lanciato in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, fissata per il 10 ottobre, con l’intento di utilizzare i gerghi giovanili e della rete come punto di partenza per esplorare stati emotivi ben più articolati.

Analizzando la formula «sono in overthinking totale», impiegata quando si rimugina eccessivamente o si prefigurano scenari catastrofici, emerge spesso la presenza dell’ansia, uno stato legato alla paura e all’anticipazione degli eventi. L’ansia non testimonia un’incapacità di gestione, ma costituisce un segnale di allerta che prepara il corpo; riconoscerla consente di passare da un indefinito stato d’animo alla domanda mirata su cosa si teme possa accadere. Analogamente, la frase «sono piena rasah» esprime esasperazione e cela spesso un’insofferenza, ossia una forma attenuata di rabbia che rischia di accumularsi se non decodificata in tempo.

Anche la dicitura «in modalità zombie» sintetizza situazioni eterogenee: oltre alla stanchezza fisica o alla noia, può nascondere tristezza o senso di colpa legati all’uso del proprio tempo. Sebbene una pausa sul divano sia fisiologica, il prolungarsi di una sensazione di vuoto richiede ascolto e confronto. Lo stesso approccio si applica al definirsi «sono un procrastinatore seriale». Rinviare i compiti non deriva necessariamente da pigrizia o mancanza di disciplina, ma costituisce frequentemente un meccanismo per evitare emozioni spiacevoli come la paura di fallire, il timore del giudizio o la vergogna di non rivelarsi all’altezza. Riconoscere questa dinamica permette di agire sul blocco emotivo anziché considerarlo un tratto caratteriale immutabile.

Nel contesto delle relazioni, la convinzione «sono geloso perché ti amo» tende a giustificare la gelosia equiparandola a una dimostrazione d’affetto. Tuttavia, la gelosia rappresenta un’emozione, mentre ispezionare lo smartphone del partner, esigere spiegazioni continue o limitarne la libertà sono azioni. Comprendere la matrice della paura dell’abbandono permette di distinguere il sentimento provato dalle condotte pratiche messe in atto.

Le evidenze scientifiche sulla granularità emotiva e l’alessitimia

Il valore del riconoscimento analitico delle emozioni trova ampia conferma nella letteratura scientifica. Una rassegna pubblicata nel 2025 sul Journal of Psychiatric Research ha vagliato 98 studi sottoposti a revisione paritaria incentrati sulla emotional granularity, definita come la capacità di identificare e distinguere accuratamente i propri stati emotivi. Gli autori hanno riscontrato correlazioni directe tra un’elevata precisione emotiva e molteplici indici di benessere e funzionamento psicologico.

Nel quotidiano, sostituire un generico «sto male» con affermazioni puntuali come «sono deluso perché mi aspettavo un riconoscimento», «sono in ansia perché temo di sbagliare» oppure «sono arrabbiato perché mi sento ignorato» consente di mettere a fuoco con chiarezza l’esperienza vissuta e le sue reali motivazioni. Inoltre, una ricerca diffusa nel 2018 e reperibile su PubMed Central ha esaminato 108 partecipanti, riscontrando un legame tra alessitimia, ridotta consapevolezza emotiva e minore capacità di discriminare i vissuti negativi.

Il percorso tracciato dall’Emozionario di Unobravo invita a soffermarsi sulle parole impiegate ogni giorno, valutando se riflettano fedelmente la propria realtà interiore. Senza rinunciare all’ironia tipica dei canali digitali né trasformare ogni dialogo in una seduta terapeutica, può rivelarsi prezioso porsi una domanda essenziale: «Come sto davvero?». Qualora emerga un disagio costante, aprirsi con una persona di fiducia o rivolgersi a un professionista della salute mentale rappresenta un passo decisivo, ricordando che il valore risiede nel non fermarsi alla superficie delle parole ma nel comprendere il messaggio che esse veicolano.

A cura della redazione

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