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Allarme uova in Giappone: prezzi record e timore aviaria

La filiera avicola affronta aumenti storici e la minaccia di nuovi focolai invernali

Da Davide Cannata
ph web uova giappone

In Giappone l’impennata dei costi trasforma persino le uova, ingrediente da sempre economico e basilare, in una spia lampante del caro vita. Un monitoraggio condotto dal Ministero dell’Agricoltura presso quasi 500 punti vendita ha registrato per un imballo da dieci uova un valore medio pari a 309 yen, ovvero all’incirca 1,70 euro. Tale cifra raggiunge nuovamente il massimo storico, riaccendendo l’allarme lungo l’intera catena produttiva e commerciale.

Questo alimento occupa un ruolo centrale nelle abitudini culinarie locali per il suo apporto nutritivo, la versatilità e la storicità di un prezzo contenuto. Rappresenta l’elemento chiave del tamagoyaki, la celebre frittata arrotolata, arricchisce il ramen e figura in numerose pietanze casalinghe oltre che nei bento, i tradizionali pasti da asporto per lavoratori e studenti. Trattandosi di un bene acquistato con frequenza giornaliera, la crescita dei costi all’ingrosso pone supermercati, ristoranti e trasformatori dinanzi alla scelta tra assorbire le perdite o riversarle sul pubblico.

A Tokyo, come riferito dallo Yomiuri Shimbun, alcuni marchi della grande distribuzione hanno adottato una strategia commerciale incisiva mettendo in vendita scatole a 88 yen. Un prezzo simile genera uscite superiori alle entrate su quella singola referenza, ma viene bilanciato riducendo le spese promozionali e del personale: una tattica utile nel breve periodo, ma inefficace nel lungo termine contro l’ascesa dei listini. Ancora più complessa appare la condizione delle shokudo, le tipiche tavole calde nipponiche. Operando con margini risicati, queste attività affrontano contemporaneamente i rincari delle altre materie prime e la mancanza di manodopera, con il dilemma tra alzare i menu col rischio di perdere clienti o congelarli sacrificando la redditività.

Aumenti dei mangimi e yen debole alla base della crisi di filiera

L’impennata dei prezzi non risponde a un unico fattore, ma deriva da diversi elementi concomitanti. In cima alle criticità della filiera avicola figurano le spese di gestione degli allevamenti, condizionate in primis dai costi dell’alimentazione animale. La Federazione nazionale delle cooperative agricole ha infatti stimato per il trimestre ottobre-dicembre un ulteriore rialzo di circa 3.200 yen per tonnellata, segnando così il quarto incremento consecutivo.

A complicare il quadro intervengono le dinamiche geopolitiche ed economiche globali. I conflitti e le tensioni in Medio Oriente alimentano l’instabilità sui mercati internazionali e sulle catene di fornitura, mentre la debolezza strutturale dello yen rende particolarmente oneroso l’approvvigionamento di merci estere. Per un sistema produttivo fortemente dipendente dall’importazione di materie prime, la svalutazione della moneta locale si converte direttamente in un extracosto per aziende e famiglie.

Il risultato complessivo si traduce in un settore compresso tra mangimi costosi, costi operativi in crescita e margini sempre più difficili da preservare. Persino di fronte a una richiesta di mercato stabile, gli allevatori si trovano nell’impossibilità di ribaltare integralmente i maggiori oneri sui prezzi finali al dettaglio, onde evitare un crollo dei consumi.

L’incubo dell’influenza aviaria e le contromisure di aziende e governo

Oltre alle difficoltà finanziarie, il comparto deve fronteggiare il pericolo sanitario dell’influenza aviaria con l’arrivo della stagione fredda. Il Giappone ha vissuto focolai epidemici per sei stagioni di fila, mantenendo altissimo il livello di allerta. Il punto di riferimento resta la grave emergenza del 2022, quando l’abbattimento di oltre 17,7 milioni di volatili provocò pesanti interruzioni della produzione, spingendo numerose industrie a sospendere momentaneamente la fabbricazione di alimenti a base di uova.

La comparsa di nuove infezioni in questa fase avrebbe conseguenze pesanti sulla stabilità del mercato. La soppressione dei capi e i vincoli sanitari riducono la disponibilità di prodotto, mentre i tempi per il ripristino delle strutture sono lunghi. In concomitanza con le festività, periodo in cui i consumi della ristorazione e delle famiglie registrano un incremento, la contrazione dell’offerta rischia di innescare ulteriori focolai di rincari.

Per limitare i rischi legati alla produzione interna, le grandi imprese cercano canali alternativi. Un esempio è rappresentato da Kewpie, celebre produttore di maionese che impiega circa 250mila tonnellate di uova all’anno e che ha iniziato a importare materia prima dal Brasile. Sebbene la diversificazione estera comporti costi di spedizione e rischi di cambio, essa consente di tutelare la continuità industriale. Parallelamente cresce l’impiego di uova liquide e surgelate, utili per estendere i tempi di conservazione e calibrare le scorte. Sul fronte istituzionale, il governo sta valutando la vaccinazione dei volatili, una misura preventiva complessa sul piano normativo che non potrà comunque azzerare le tensioni legate ai costi dei mangimi e dell’import.

A cura della redazione

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