Home NewsAgrigento, protesi al pene a carico del SSN: 5 chirurghi indagati

Agrigento, protesi al pene a carico del SSN: 5 chirurghi indagati

Controlli rigorosi sulle procedure di chirurgia andrologica pubblicizzate sui social e rivolte a pazienti arrivati da tutta Italia

Da Davide Cannata
Sala operatoria ph Pexels

Un’inchiesta giudiziaria di vaste proporzioni sta scuotendo il sistema sanitario pubblico in Sicilia, concentrando le attenzioni sulle attività condotte presso l’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento. I magistrati della Procura della Repubblica di Agrigento hanno avviato un’indagine con l’obiettivo di fare chiarezza su un presunto meccanismo illecito incentrato sull’inserimento di protesi peniene ad alto costo a spese del Servizio Sanitario Nazionale. Stando alle ricostruzioni effettuate dagli investigatori, i trattamenti chirurgici venivano messi a disposizione senza alcun costo per pazienti che risultavano privi dei requisiti clinici e normativi previsti per poter fruire della copertura pubblica.

Nel registro degli indagati figurano attualmente cinque camici bianchi. L’attività d’indagine coinvolge ruoli di vertice della struttura sanitaria, tra cui tre primari posti alla guida di due differenti reparti del presidio di Agrigento. Risulta coinvolto nei controlli anche un medico in precedenza licenziato dall’Azienda Sanitaria Provinciale, il quale ha opposto ricorso per vie legali contro il provvedimento di espulsione. Le ipotesi di reato formulate a vario titolo dalla Procura delineano uno scenario particolarmente grave, variando dall’associazione a delinquere al peculato, fino al falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. Secondo il quadro accusatorio, i sanitari avrebbero consolidato una prassi per far passare come prestazioni finanziate da fondi pubblici statali operazioni che avrebbero dovuto essere regolate in regime privato.

La promozione tramite social network e la svolta nelle indagini

Un aspetto singolare emerso nel corso degli accertamenti riguarda le strategie impiegate per attirare i pazienti. Gli interventi di chirurgia andrologica venivano infatti sponsorizzati e pubblicizzati mediante i canali dei social network. L’offerta di presidi medici di elevato valore e la promessa di eseguire l’operazione in modalità del tutto gratuita hanno generato una notevole attrattiva mediatica, provocando il trasferimento di numerosi pazienti provenienti da differenti zone d’Italia e da altre regioni, spinti dalla possibilità di azzerare i costi dell’intervento grazie ai fondi pubblici dell’ospedale di Agrigento.

A incrinare il sistema è stata la presenza insolita e concentrata di utenti provenienti da fuori regione presso la struttura. L’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento, insospettita dall’anomalo incremento dei ricoveri per questo specifico genere di interventi, ha inoltrato una segnalazione alle autorità competenti. A seguito delle verifiche iniziali, l’Assessorato Regionale alla Salute della Regione Siciliana ha disposto un ciclo di ispezioni interne. Gli esiti di tali controlli hanno spinto all’azione diretta i Carabinieri del Nucleo Antisaniatario (NAS) di Palermo. Durante le operazioni investigative, i militari dell’Arma hanno posto sotto sequestro 112 cartelle cliniche relative a operazioni chirurgiche effettuate nell’arco di tempo compreso tra il 2018 e il 2024.

I criteri dei LEA e il danno subito dalle casse pubbliche

La rilevanza dell’accaduto si comprende analizzando la disciplina normativa inerente ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). In base alle disposizioni in vigore, la collocazione di protesi peniane non rientra nella copertura ordinaria erogata dal Servizio Sanitario Nazionale. La copertura economica viene garantita dalla sanità pubblica unicamente in casi del tutto eccezionali e debitamente documentati, come in presenza di patologie oncologiche severe o gravi traumi anatomici.

In qualunque altra circostanza, il costo del dispositivo medico — che da solo può superare la cifra di 8.000 euro — insieme alle spese per la degenza in ospedale, deve rimanere interamente a carico dell’assistito. L’aver fatto gravare oltre cento interventi sprovvisti delle condizioni previste sulla contabilità pubblica costituisce, secondo gli inquirenti, una condotta che ha procurato un ingente e sistematico danno economico alle casse dello Stato.

A cura della redazione

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