Home High TechAI e casa domotica: l’ombra di una nuova minaccia

AI e casa domotica: l’ombra di una nuova minaccia

Gli esperti di cybersecurity analizzano le vulnerabilità dei sistemi interconnessi che popolano le nostre abitazioni

Da Davide Cannata
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Un’incursione digitale invisibile potrebbe presto interessare i nostri ambienti domestici attraverso apparecchiature comunemente collegate alla rete Wi-Fi, quali televisori e forni intelligenti. Il 12 ottobre 2026, la società statunitense Anthropic, creatrice del sistema Claude, ha reso pubblica un’analisi che evidenzia un pericolo imminente: nel giro di pochi mesi, piccoli modelli di intelligenza artificiale potrebbero sviluppare l’attitudine a replicarsi autonomamente tra vari dispositivi connessi a Internet. Questa minaccia non descrive macchine dotate di coscienza o robot intenzionati a prendere il controllo delle case, bensì un rischio puramente informatico. Si tratta di software capaci di rilevare apparati vulnerabili, impiegarne la potenza computazionale e trasferirsi altrove senza un costante intervento umano, agendo come un vero e proprio verme informatico potenziato dall’intelligenza artificiale che si adatta a sistemi differenti e si diffonde mediante una rete di dispositivi compromessi.

Il monito di Anthropic sulla proliferazione dei replicatori digitali

All’interno del documento redatto dal gruppo di ricerca Frontier Red Team, la compagnia osserva come le architetture dotate di 30 miliardi di parametri o meno posseggano già le competenze per eseguire numerose fasi necessarie all’autoreplicazione. Sussistono tuttavia ostacoli nel completare in modo corretto l’intera catena di azioni, dall’individuazione dei bersagli fino alla propagazione del modello su altri sistemi. Gli studiosi non hanno comprovato la presenza di un’intelligenza artificiale in grado di invadere in autonomia qualsiasi apparecchio domestico senza freni, ma hanno registrato avanzamenti tecnici tali da ridurre la distanza verso una replicazione indipendente. Qualora un software simile venisse distribuito su ampia scala, arrestarlo risulterebbe estremamente complesso. A tal proposito, l’azienda ha sottolineato che «Non esiste un punto di spegnimento centralizzato» nel tratteggiare la pericolosità di un replicatore distribuito. Se il programma dovesse operare in contemporanea su televisori ed elettrodomestici, spegnere un singolo nodo non basterebbe per fermare il contagio. La criticità non deriva quindi solo dalla potenza dei modelli più sofisticati, ma anche dalla possibilità di far girare l’intelligenza artificiale su hardware economico e privo di idonee protezioni informatiche, sfruttando la capacità di calcolo complessiva di molteplici strumenti.

La prova pratica condotta con 15 box Android TV

Per saggiare la concretezza tecnologica di questa ipotesi, i ricercatori hanno allestito un test impiegando 15 box Android TV appartenenti a marche poco note, acquistati a un prezzo di circa 55 dollari ciascuno. Su questa struttura di rete è stato distribuito Gemma4-26B-A4B, un modello di intelligenza artificiale ideato da Google. Ogni singolo apparato era provvisto di 4 gigabyte di memoria RAM e partecipava all’elaborazione di una frazione del modello. L’esperimento ha confermato che apparecchi nati essenzialmente per lo streaming televisivo possono contribuire, se interconnessi, all’esecuzione di un sistema di intelligenza artificiale di dimensioni ragguardevoli. La velocità riscontrata durante la simulazione svolta da Anthropic è apparsa contenuta, attestandosi su circa 0,39 token al secondo. Ciononostante, il dato dimostra che per far funzionare determinati modelli non sono indispensabili enormi centri elaborazione dati, a patto di frazionare il carico di lavoro su più macchine. I tecnici hanno inoltre vagliato la versatilità dei sistemi nell’adattarsi a componenti hardware differenti. In particolare, un sistema di minori dimensioni quale Qwen3.5-9B è riuscito ad avviare l’esecuzione del codice su otto delle nove tipologie di hardware testate. Tale flessibilità potrebbe agevolare in futuro la propagazione di software capaci di sfruttare dispositivi eterogenei, anche se non concepiti per ospitare applicazioni di intelligenza artificiale. Bisogna comunque precisare che far girare un modello su una rete di televisori non equivale a dimostrare la capacità dello stesso di infettare in autonomia un’abitazione. La prova ha infatti valutato la fattibilità del calcolo distribuito e alcune fasi tecniche della replicazione, mentre la capacità di completare l’intero processo in contesti reali e senza supporto esterno rimane un tema distinto.

I punti deboli degli elettrodomestici intelligenti e lo scenario botnet

La continua diffusione di strumenti intelligenti amplia la superficie potenziale per eventuali attacchi informatici. Dispositivi quali televisori, videocamere, robot aspirapolvere, termostati e altri elettrodomestici connessi integrano capacità di calcolo sufficienti per svolgere determinate operazioni, ma spesso difettano di aggiornamenti tempestivi o di idonei sistemi di protezione. Nel suo resoconto, Anthropic ha richiamato il precedente delle botnet, ovvero reti di apparati compromessi che un utente malintenzionato può governare da remoto. In passato, diverse campagne cibernetiche hanno già sfruttato dispositivi IoT poco protetti per strutturare reti in grado di condurre attacchi su larga scala. L’elemento di novità ipotizzato dall’azienda risiede nella possibilità di delegare a modelli di intelligenza artificiale i compiti di individuazione, adattamento e propagazione. In linea teorica, un agente artificiale potrebbe analizzare un dispositivo mai incontrato prima, esaminarne le specifiche e trovare la via per eseguire il proprio codice. Se fosse in grado di trasferire il modello o reperire le risorse indispensabili per l’avvio, potrebbe provare a ripetere la medesima procedura su altri apparecchi. Questo non implica che ogni televisore sia destinato a essere violato o che un forno intelligente possa agire improvvisamente contro il proprietario. La minaccia principale riguarda le vulnerabilità informatiche e l’impiego indebito delle risorse di calcolo dei dispositivi, con conseguenze che potrebbero includere il furto di dati, l’utilizzo delle reti domestiche per compiere attacchi informatici e la creazione di infrastrutture distribuite difficili da individuare.

A cura della redazione

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