Un profondo senso di apprensione sta attraversando i vertici della Silicon Valley, dove quello che sembrava un cupo racconto fantascientifico rischia di tramutarsi in una drammatica realtà: la rapida avanzata verso l’intelligenza artificiale potrebbe minacciare la sopravvivenza stessa della nostra specie già entro il 2030. A dare risonanza a questo avvertimento non sono commentatori esterni, bensì professionisti di primo livello attivi nei centri di ricerca all’avanguardia. Il ventisettenne ricercatore britannico Jacob Coxon ha infatti deciso di interrompere il proprio rapporto di lavoro con Anthropic, nota public benefit corporation con sede a San Francisco considerata tra le realtà capofila del settore, denunciando come la creazione priva di freni di una superintelligenza artificiale capace di auto-migliorarsi costituisca un rischio fatale per la civiltà entro il termine del decennio in corso.
La clamorosa scelta del giovane studioso, dettagliata sulle pagine del Financial Times, non rappresenta un evento isolato, ma si inserisce in un vero e proprio esodo silenzioso: una schiera continua di esperti che, profondamente spaventati dalle conseguenze distruttive degli strumenti che loro stessi stanno sviluppando, scelgono di prendere le distanze dai gruppi dominanti dell’industria tecnologica.
Le denunce di Jacob Coxon e l’azzardo sulla sicurezza collettiva
Prima del suo approdo in Anthropic, Jacob Coxon aveva prestato servizio presso la principale concorrente, OpenAI: forte di questo percorso, lo specialista ritiene che entrambi i giganti tecnologici stiano conducendo una sorta di roulette russa mettendo a repentaglio le sorti dell’intera umanità. Affidando a un duro messaggio sulla piattaforma X le motivazioni della sua rottura, l’ex dipendente ha affermato: «Le persone che sviluppano l’intelligenza artificiale credono sinceramente che essa possa ucciderci tutti entro la fine del decennio. Non si tratta di una mossa di marketing: nessun’altra attività umana comporta un tale livello di pericolo».
Oltre a questa presa di posizione, Jacob Coxon mette in guardia sul fatto che sia l’opinione pubblica sia la società civile stiano gravemente sottostimando la celerità di sviluppo di queste architetture neurali: il rischio imminente è l’insorgere di algoritmi dotati di capacità sovrumane, capaci di violare qualunque infrastruttura informatica, sconvolgere interi rami produttivi da un momento all’altro e accentrare un dominio concreto sia sui capitali finanziari sia sulle leve del potere.
Le defezioni nel personale e la corsa all’Ipo a Wall Street
L’abbandono di Jacob Coxon è soltanto la punta dell’iceberg di una fase di forte agitazione interna che nelle ultime settimane ha visto l’addio di numerose figure chiave. Verso il termine di luglio ha infatti rassegnato l’incarico Chloé Bakalar, l’unica eticista assegnata in modo specifico all’azienda; successivamente si sono allontanati Johannes Heidecke, alla guida del gruppo Safety Systems, Joshua Achiam, in precedenza responsabile della Mission Alignment, il direttore operativo Brad Lightcap e infine il ricercatore Andrew Ho, separatosi a causa di insanabili divergenze tecniche.
Questa sequenza di dimissioni eccellenti si verifica in una fase particolarmente delicata per Anthropic, una società che ha storicamente fatto della salvaguardia e della sicurezza il proprio marchio distintivo, ma che ora pianifica il debutto a Wall Street. L’operazione di offerta pubblica iniziale (Ipo) potrebbe far schizzare la stima economica della società alla ragguardevole cifra di mille miliardi di dollari, accendendo inevitabili dilemmi etici circa la contrapposizione tra la rincorsa al massimo profitto finanziario e la protezione dell’incolumità generale.
Il parere di Evan Hubinger sul pericolo di estinzione superiore al 10%
A confermare la serietà dei dubbi sollevati da Jacob Coxon si è aggiunta la voce autorevole di Evan Hubinger, ricercatore di primo piano di Anthropic specializzato nella sicurezza informatica applicata ai modelli linguistici. Lo studioso ha riconosciuto senza esitazioni come i ritmi di avanzamento dell’intelligenza artificiale siano così vertiginosi da rendere credibile una probabilità superiore al 10% di giungere all’estinzione totale del genere umano entro i prossimi dieci anni, ribadendo l’allarme: «C’è oltre il 10% di probabilità di estinzione».
Nonostante Evan Hubinger precisi che le tecnologie attuali comportino ancora una criticità intrinseca contenuta, la sua viva preoccupazione scaturisce dalla straordinaria rapidità con cui tali sistemi apprendono e si perfezionano, un dinamismo destinato a trasformarli in tempi rapidissimi in una minaccia esistenziale concreta. Il vero nodo da sciogliere, dunque, non riguarda più il momento in cui gli algoritmi supereranno le abilità cognitive umane, bensì la capacità di chi governa questa radicale trasformazione di arrestarsi prima che venga irrimediabilmente oltrepassato il punto di non ritorno.
A cura della redazione
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