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Marche, stop al cibo etnico? Il verdetto della giunta

Il recente documento normativo firmato dal presidente regionale mira a frenare l'omologazione urbana, accendendo un vivace scontro politico e sociale

Da Davide Cannata
ph web marche legge anti kebab

I centri storici della regione Marche sono al centro di un acceso confronto politico e sociale. La giunta regionale ha dato il via libera a una proposta di legge fortemente controversa, orientata a ridurre in modo significativo la presenza di bazar e locali etnici nei borghi storici. Il testo, che dovrà ora ottenere la ratifica definitiva del consiglio regionale, prevede un sistema articolato di incentivi economici e agevolazioni fiscali pensato per sostenere le attività tradizionali locali a scapito di quelle che commercializzano prodotti stranieri. Il provvedimento ha rapidamente attirato l’attenzione dei media nazionali, tanto da essere ribattezzato “legge antikebab” per le restrizioni che impone in particolare alla ristorazione veloce di ispirazione mediorientale.

La posizione del governatore Acquaroli

Il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, ha preso le difese del provvedimento con decisione, chiarendone le motivazioni politiche. L’obiettivo dichiarato della maggioranza è quello di arginare un processo di omologazione commerciale progressiva che, secondo la giunta, starebbe erodendo l’identità visiva e culturale dei borghi marchigiani più caratteristici. “Vogliamo tutelare la nostra identità e per questo diciamo stop al cibo etnico selvaggio nei nostri centri storici”, ha affermato esplicitamente il governatore nel presentare la misura. Acquaroli ha inoltre inquadrato il provvedimento all’interno delle politiche regionali di riqualificazione urbana, con un focus preciso sul rilancio dell’artigianato locale e della filiera agroalimentare a chilometro zero.

La leva fiscale e i dati sul commercio etnico

Sul piano operativo, la manovra intende utilizzare la pressione tributaria come strumento selettivo. Gli uffici della regione stanno mettendo a punto un pacchetto di sgravi sulla tassazione locale destinato a chi investe nelle eccellenze marchigiane, affiancato da misure penalizzanti per il rilascio di nuove licenze legate al commercio di importazione. A supportare l’intervento legislativo ci sono i numeri elaborati dalle associazioni di categoria: negli ultimi dieci anni, la presenza di minimarket e gastronomie etniche nei principali centri urbani della regione è aumentata del 35%. Questo trend ha convinto la classe politica regionale della necessità di riequilibrare un mercato che, a loro giudizio, stava progressivamente spiazzando le osterie storiche e i negozi di prossimità radicati nel territorio.

Una comunità spaccata in due

Le reazioni tra i residenti e i frequentatori dei centri storici marchigiani rispecchiano una divisione netta e profonda. Una parte consistente della cittadinanza accoglie con soddisfazione la svolta protezionistica, convinta che la tutela del decoro urbano passi necessariamente per la valorizzazione dei prodotti tipici e delle tradizioni gastronomiche locali. Dall’altra parte, un’ampia componente dell’opinione pubblica esprime forte scetticismo, ritenendo che il compito dell’amministrazione dovrebbe limitarsi a garantire il rispetto delle norme igieniche e degli orari di apertura, senza introdurre forme di discriminazione su base culturale. Il percorso in aula si preannuncia tutt’altro che lineare nelle prossime settimane, quando il consiglio regionale sarà chiamato a esprimersi definitivamente su un testo che ha già superato — non senza polemiche — il primo passaggio in giunta.

A cura di Viola Bianchi

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