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Pensione di vecchiaia: le nuove prospettive per i lavoratori

I nuovi calcoli ufficiali stravolgono i piani di chi sperava di smettere presto: ecco cosa accadrà alla pensione di vecchiaia

Da Davide Cannata
ph web in pensione sempre più tardi

Il traguardo del riposo lavorativo si allontana ulteriormente per i cittadini italiani. Stando alle recenti proiezioni elaborate dalla Ragioneria generale dello Stato all’interno del rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, nel 2029 la soglia anagrafica per accedere al trattamento ordinario salirà a 67 anni e sei mesi. Il documento analizza l’effetto combinato dell’invecchiamento demografico e dell’adeguamento automatico dei requisiti all’incremento della speranza di vita.

L’innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia

Il cammino verso criteri anagrafici più elevati risulta già delineato per i prossimi anni. A partire dal 2027 il parametro salirà a 67 anni e un mese, per poi portarsi a 67 anni e tre mesi nel corso del 2028. L’anno successivo, il 2029, registrerà un ulteriore incremento di tre mesi raggiungendo la quota di 67 anni e sei mesi, mentre nel 2031 l’accesso stimato per la pensione di vecchiaia si collocherà a 67 anni e otto mesi. Si tratta di previsioni legate all’evoluzione della demografia e non di requisiti accertati in via definitiva per ogni singola annualità futura.

I requisiti di contribuzione per l’uscita anticipata

La revisione al rialzo non riguarderà unicamente l’età anagrafica, ma coinvolgerà anche la pensione anticipata, accessibile a prescindere dagli anni compiuti. Nel 2027 per lasciare il lavoro serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi, valore destinato a crescere a 43 anni e un mese nel 2028 e a toccare i 43 anni e quattro mesi nel 2029 per gli uomini.

Per le donne il requisito contributivo rimarrà più basso di un anno: nel 2029 la soglia richiesta corrisponderà a 42 anni e quattro mesi, mentre nel 2031 salirà a 42 anni e sei mesi, a fronte dei 43 anni e sei mesi previsti per la platea maschile. Resta netta la distinzione tra i due canali: il trattamento di vecchiaia si fonda sull’età anagrafica unita a una base contributiva, mentre l’uscita anticipata prescinde da un’età minima e premia una lunga carriera lavorativa.

L’andamento della spesa previdenziale in rapporto al Pil

L’analisi della Ragioneria generale dello Stato esamina inoltre l’evoluzione delle uscite previdenziali rapportate al prodotto interno lordo. In base alle stime, il peso della spesa pensionistica toccherà il suo culmine al 17,1% del Pil nel 2041, restando su tale livello per i tre anni successivi. Dal 2045 in avanti prenderà avvio una progressiva flessione che porterà il dato al 16,2% nel 2050 e al 14% nel 2070, con un calo complessivo di 3,1 punti percentuali tra il picco del 2041 e la soglia del 2070. Questo arretramento non coincide per forza con una diminuzione della spesa nominale, trattandosi di un rapporto sul Pil condizionato dalle dinamiche economiche, dai salari e dalla demografia.

Alla base della crescita delle uscite prevista fino al 2041 vi è la transizione demografica della generazione del baby boom, che entrando in massa in quiescenza aumenterà la platea dei beneficiari. Il sistema dovrà reggere un rapporto più alto tra pensionati e occupati, complice una dinamica demografica che rischia di limitare l’espansione della popolazione attiva. Il quadro ripropone il tema del bilanciamento tra sostenibilità dei conti e durata dell’attività professionale, con interrogativi rivolti a chi svolge mansioni fisicamente gravose. Per milioni di lavoratori la pensione continuerà a esigere pianificazione economica e personale, con un equilibrio sempre più stringente tra contributi versati, età di uscita e importo dell’assegno.

A cura della redazione

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