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Trieste, no alle nozze combinate: “Vogliono uccidermi”

La 29enne Ayesha rifiuta il matrimonio combinato in Pakistan: i parenti promettono di sgozzarla o avvelenarla se non torna per le celebrazioni già fissate

Da Davide Cannata
Donna Hijab ph Pexels

A migliaia di chilometri di distanza dai laboratori e dagli atenei di Trieste, in un centro urbano del Pakistan ogni dettaglio per una cerimonia nuziale risulta già predisposto: la sala per il ricevimento è stata fermata, le partecipazioni sono circolate tra i membri della parentela e l’intero gruppo familiare attende unicamente l’arrivo della promessa sposa. Tuttavia, a mancare è l’assenso fondamentale di Ayesha, nome fittizio adottato per salvaguardare una dottoranda di ventinove anni giunta in Friuli Venezia Giulia per condurre un dottorato di ricerca. La giovane studiosa non intende in alcun modo salire sull’aereo né accettare un’esistenza decisa da altri, anche perché del futuro marito impostole non sa assolutamente nulla, non avendone mai osservato il viso, non possedendone una foto e ignorandone perfino il nome o l’età. Secondo i costumi della comunità d’origine, infatti, il primo contatto visivo tra i due sposi dovrebbe avvenire esclusivamente durante la celebrazione del rito. Di fronte alla sua irremovibile opposizione, dal paese natale sono giunte gravissime intimidazioni, culminate in aperte minacce di morte qualora osasse contravvenire alle disposizioni del clan.

Le violenze domestiche e il riscatto accademico in Italia

La ferma opposizione di Ayesha trae origine da un passato segnato da costanti sofferenze e prevaricazioni. All’interno dell’abitazione della famiglia materna, l’autorità assoluta era esercitata dagli zii, figure prevaricatrici che interpretavano qualsiasi anelito di indipendenza femminile come una pericolosa minaccia per gli equilibri della casa. L’adolescenza della giovane è trascorsa tra continue vessazioni, violenze di natura fisica e una costante pressione psicologica finalizzata a interrompere i suoi studi. Per i vertici della famiglia l’istruzione costituiva infatti una fonte di disonore e un potenziale canale verso legami sentimentali non concordati, mentre per la ragazza rappresentava l’unico strumento di emancipazione. Quando la madre provò a difendere la figlia per sostenerne le doti intellettuali e il percorso di studio, gli zii reagirono con brutale ferocia, arrivando a stringerle le mani intorno alla gola per soffocarne la voce e scagliando a terra l’anziano nonno che aveva tentato di proteggerla.

A interrompere questo drammatico contesto è stato l’intervento provvidenziale di un docente universitario, il quale ha colto le straordinarie capacità accademiche della studentessa e l’ha aiutata a ottenere le borse di studio e i documenti indispensabili per trasferirsi all’estero. Due anni fa l’approdo a Trieste ha così inaugurato una nuova fase della sua vita, caratterizzata dal rigore della ricerca scientifica e dalla conquista dell’autonomia personale.

La condanna del clan e la distinzione tra fede e patriarcato

Le tensioni si sono riaccese nel momento in cui dal Pakistan è giunta l’intimazione perentoria di fare ritorno per celebrare il matrimonio concordato. Nel tessuto sociale di provenienza della ricercatrice, i vincoli nuziali seguono inflessibili logiche di casta e patti strategici stipulati tra famiglie consanguinee. All’interno di questo sistema, il rifiuto opposto da una donna non viene considerato una decisione personale, bensì un oltraggio pubblico capace di macchiare per sempre l’onore della stirpe. I familiari hanno rivolto ad Ayesha minacce esplicite, prospettando la sua uccisione mediante sgozzamento, avvelenamento o strangolamento qualora dovesse rimettere piede in patria. Tali intimidazioni poggiano su una tragica realtà diffusa nelle aree rurali dominate da consuetudini arcaiche; la stessa studentessa rievoca con profonda angoscia l’uccisione dell’amica di una sua conoscente, assassinata senza pietà per essersi sottratta a nozze combinate al fine di difendere il legame con l’uomo che amava.

Nel ripercorrere la propria vicenda, la giovane evidenzia una fondamentale separazione concettuale tra i principi spirituali e le consuetudini tribali. L’obbligo dei matrimoni forzati e l’isolamento femminile non scaturiscono dal credo religioso dell’Islam, ma da una deviazione patriarcale profondamente radicata nella cultura tradizionale pakistana. Nella quotidianità di Trieste la ricercatrice indossa con serenità il velo islamico insieme a pantaloni jeans e camicia, riscontrando nella città e nel contesto universitario rispetto e accoglienza. Se nel paese d’origine le veniva imposto di celare completamente il corpo lasciando scoperti soltanto gli occhi, in Italia Ayesha vede riconosciuta la propria complessa identità, ribadendo come l’asservimento delle donne sia il risultato di strumentalizzazioni volte a cancellare la soggettività e la dignità che la religione stessa tutela.

La richiesta di asilo in Italia e le prospettive internazionali

Attualmente l’obiettivo primario resta la piena salvaguardia dell’incolumità personale. Affidandosi agli strumenti previsti dalla legislazione italiana, la dottoranda ha avviato l’iter burocratico per ottenere l’asilo politico, passaggio essenziale per scongiurare qualsiasi rimpatrio forzato e vedersi formalmente riconosciuto lo status di perseguitata. Accanto agli impegni sul fronte accademico, la giovane ha intrapreso un percorso di assistenza psicologica volto a superare i pesanti traumi scaturiti dalle continue violenze vissute all’interno dell’ambiente domestico.

Pur portando i segni del dolore e vivendo la dolorosa separazione dai propri affetti, lo sguardo di Ayesha rimane proiettato verso il futuro. Tra le opportunità all’orizzonte figurano diverse proposte per continuare gli studi all’estero, supportate da interlocuzioni già aperte con istituti universitari in Canada e negli Stati Uniti. Il suo traguardo a lungo termine è quello di costruire una famiglia fondata sulla reciprocità e sull’amore, senza alcuna fretta e senza mai scendere a patti sul valore irrinunciabile della propria libertà.

A cura della redazione

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