Un’indagine scientifica realizzata dagli esperti dell’Università di Glasgow e apparsa sulla rivista internazionale PLOS Medicine ha messo in luce i rischi associati a una vita poco dinamica. I dati indicano che il pericolo per la salute non deriva soltanto dal totale delle ore trascorse prive di movimento, ma essenzialmente dal modo in cui i periodi di stasi si susseguono nella giornata. Restare seduti oppure sdraiati da svegli per un tempo superiore a trenta minuti consecutivi incrementa significativamente la probabilità di ammalarsi di tumore e di morire per cause oncologiche. Infatti, per ciascuna ora supplementare di immobilità mai interrotta, il rischio di mortalità oncologica cresce in media del dieci per cento.
Il lavoro condotto dal dottor Frederick Ho e dal suo gruppo si distingue per il rigore adottato nella raccolta dei dati. Invece di fare affidamento su resoconti personali compilati dai soggetti, soggetti a imprecisioni o valutazioni errate, gli studiosi scozzesi si sono serviti di accelerometri indossabili posizionati al polso per sette giorni consecutivi. La ricerca ha coinvolto ben novantunomila e duecentonovantadue partecipanti estrapolati dal database della UK Biobank, consentendo di misurare con esattezza le fasi di attività e di riposo. I soggetti sono stati osservati per un periodo medio superiore a dodici anni, durante i quali sono stati rilevati più di dodicimila casi di neoplasia e oltre millesettecento decessi per patologie tumorali, tenendo sotto controllo fattori quali età, sesso, estrazione socioeconomica e dieta.
Inattività continuativa contro pause dinamiche e i meccanismi biologici coinvolti
L’elemento centrale emerso dalla ricerca risiede nella profonda discrepanza tra la sedentarietà ininterrotta e quella spezzata da brevi momenti di mobilità. La stasi prolungata è stata identificata come ogni intervallo di immobilità lungo almeno trenta minuti consecutivi speso per almeno il novanta per cento del tempo in completo riposo. Coloro che accumulano sessioni di seduta oltre tale limite manifestano una vulnerabilità nettamente superiore verso i tumori. Al contrario, chi interrompe la posizione seduta con pause dinamiche non mostra il medesimo aumento di rischio, a parità di tempo complessivo passato a riposo nella giornata. Tale effetto dannoso appare evidente per i tumori correlati all’obesità, come quelli al colon-retto, al seno, al fegato, al pancreas, ai reni, all’ovaio e alla tiroide, oltre che per le patologie collegate al diabete di tipo due.
Sul piano fisiologico, rimanere fermi per più di mezz’ora determina un immediato calo del lavoro muscolare e metabolico. Questa condizione provoca un rallentamento nell’assorbimento del glucosio e nell’elaborazione dei grassi da parte dei tessuti. Inoltre, l’immobilità prolungata alimenta uno stato infiammatorio cronico di basso grado e la disfunzione endoteliale, ossia la compromissione del rivestimento interno dei vasi sanguigni. Allo stesso tempo, l’assenza di contrazioni muscolari riduce la prontezza del sistema immunitario nell’individuare la proliferazione di cellule anomale. Al contrario, spezzare la seduta con brevi momenti di movimento disattiva temporaneamente tali dinamiche sfavorevoli, ripristinando il corretto bilanciamento metabolico e immunitario.
Come ridurre i rischi con il movimento quotidiano e i limiti della ricerca
La ricerca dell’Università di Glasgow evidenzia come sia semplice contrastare questi pericoli. Sostituire un’ora al giorno di stasi ininterrotta con un’ora di attività fisica leggera (come camminare lentamente, sbrigare le faccende domestiche, stirare o lavare i piatti) garantisce una riduzione del dodici per cento del rischio di morte per cancro. Destinare trenta minuti quotidiani a un’attività di moderata intensità, ad esempio una camminata veloce, diminuisce la mortalità oncologica dell’otto per cento. Infine, rimpiazzare soli cinque minuti di immobilità con cinque minuti di attività fisica intensa, come la corsa o il salto della corda, riduce il rischio di decesso tumorale fino al ventidue per cento. Nonostante le raccomandazioni sanitarie tradizionali puntino soprattutto sull’esercizio strutturato di intensità media o alta, lo studio dimostra che anche il movimento leggero e le brevi interruzioni svolgono una funzione difensiva fondamentale.
Gli autori precisano tuttavia che si tratta di un’indagine di natura osservazionale, in grado di evidenziare una solida correlazione statistica ma non di provare direttamente un legame causale meccanicistico. Inoltre, la popolazione presa in esame dalla UK Biobank si compone di individui tendenzialmente più maturi e attenti alla salute rispetto alla media. Ciononostante, l’indicazione finale è chiara: non servono allenamenti sfinenti per proteggersi, bensì occorre evitare di restare immobili su una sedia o sul divano per oltre trenta minuti consecutivi, inserendo frequenti interruzioni dinamiche durante la giornata per stimolare il metabolismo e salvaguardare il corpo.
A cura della redazione
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