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Quando la memoria diventa una scelta che non possiamo più rimandare

In una giornata che impone silenzio e verità, questo pensiero attraversa il passato senza scorciatoie, riconosce colpe precise, racconta un dolore personale e collettivo e affida alla memoria il compito di proteggere il futuro

Da Nora Taylor
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In una data carica di raccoglimento e consapevolezza, mentre il pianeta intero arresta il proprio passo davanti all’immensità dell’orrore dell’Olocausto, sento un obbligo morale profondo, come cittadino e come Capo di Casa Savoia, di intrecciare la mia voce a quella del ricordo collettivo — racconta Emanuele Filiberto. La memoria non rappresenta un semplice sguardo rivolto all’indietro, ma un confronto quotidiano con la propria coscienza.

Le ombre che non possiamo ignorare

Non possiamo né intendiamo occultare le pagine oscure che hanno lasciato segni profondi nella nostra vicenda nazionale. La firma delle leggi razziali del 1938 resta una ferita aperta, un gesto che ha colpito al cuore i valori fondanti della nostra civiltà e ha spezzato il patto morale con il popolo italiano.
Quel segno indelebile grava sulle spalle del mio bisnonno, il Re Vittorio Emanuele III, che, pur vivendo un conflitto interiore profondo, si oppose intimamente a quella deriva ideologica, distante dallo spirito dello Statuto Albertino e dalla tradizione di apertura e tolleranza della nostra Dinastia. Quella decisione nacque in un contesto drammatico, maturò nella solitudine di una Corona rimasta isolata e segnò per sempre la nostra storia.

Una responsabilità che diventa impegno quotidiano

Avverto ancora oggi il peso di quella responsabilità, un peso che esige coerenza, presenza e un’azione continua. La memoria, infatti, deve trasformarsi in una difesa instancabile della dignità umana, senza compromessi e senza esitazioni, affinché simili tragedie non trovino mai più spazio nella nostra società.

Per me, il Giorno della Memoria porta anche un nome e uno sguardo che appartengono alla mia storia personale: la Principessa Mafalda di Savoia, mia prozia.
Morta nel campo di concentramento di Buchenwald nel 1944, Mafalda non rappresenta soltanto una vittima del nazismo, ma incarna un esempio limpido di coerenza, forza morale e sacrificio. La sua colpa, agli occhi dei suoi carnefici, consisteva nell’essere una Savoia, una Donna, una Madre, un’Italiana. Per questo motivo divenne un bersaglio diretto della vendetta hitleriana. La sua fine tragica dimostra che la dignità umana e l’amore per la propria patria possono resistere anche nell’oscurità più totale di un lager.

Un dovere verso le nuove generazioni

Onorare oggi la memoria di tutte le vittime della Shoah significa chiedere perdono per i silenzi, le ambiguità e le complicità del passato, celebrare il coraggio di chi, come Mafalda, ha pagato con la vita il prezzo della libertà e, soprattutto, proteggere il domani.
Dobbiamo educare le nuove generazioni a riconoscere, contrastare e respingere ogni forma di odio, intolleranza e discriminazione, senza eccezioni.

Che il sacrificio di chi non ha fatto ritorno diventi la bussola morale del nostro cammino, guidandoci verso un futuro costruito sulla pace, sul rispetto reciproco e su una dignità davvero universale.

A cura di Nora Taylor
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