Si è spento all’età di ottanta anni nel borgo rurale di Rante, nel comune galiziano di San Cibrao das Viñas, Marcos Rodríguez Pantoja, noto a livello internazionale come il «bambino lupo» della Sierra Morena o il «Mowgli spagnolo». La sua vicenda biografica rappresenta uno dei rarissimi casi accertati e documentati dalla scienza di esseri umani cresciuti in totale isolamento tra animali selvatici. Per oltre dodici anni, tra le gole e i rilievi impervi dell’Andalusia, non visse da semplice eremita, ma fu pienamente accolto e integrato all’interno di un branco di lupi iberici, trovando nella natura incontaminata quell’affetto e quel senso di protezione che la società degli uomini gli aveva brutalmente negato.
Dall’infanzia nella Sierra Morena alla vita con il branco
Nato il 7 giugno 1946 ad Añora, un piccolo paese nella provincia andalusa di Cordova, Marcos conobbe fin da piccolo la miseria della Spagna franchista del secondo dopoguerra. Rimasto orfano di madre a soli tre anni, subì le percosse e i continui maltrattamenti fisici e psicologici del padre e della matrigna. Nel 1953, all’età di circa sette anni, il genitore decise di disfarsi di lui cedendolo a un ricco proprietario terriero, che lo mandò nelle aree più remote della Sierra Morena per aiutare un anziano capraio di nome Damián. Durante i primi mesi, il vecchio pastore gli insegnò le nozioni necessarie per sopravvivere in montagna: riconoscere bacche e radici commestibili, trovare sorgenti d’acqua pura, costruire trappole rudimentali con i rami e accendere il fuoco strofinando due pietre focaie. L’apprendistato si interruppe bruscamente a causa della morte improvvisa di Damián all’interno della grotta in cui vivevano, lasciando il bambino solo, a centinaia di chilometri da ogni centro abitato e senza alcun aiuto adulto.
Spinto dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza, il piccolo cercò riparo tra gli anfratti rocciosi fino a imbattersi in una tana di lupi, dove si addormentò dopo aver giocato con i cuccioli. Al rientro della lupa madre con la selvaggina, l’animale ringhiò contro l’intruso che cercava di afferrare un pezzo di carne, ma poco dopo compì un gesto inatteso: spinse del cibo verso di lui con il muso e gli leccò il viso, accogliendolo a tutti gli effetti nella cucciolata. Per dodici anni, dai sette ai diciannove anni, Marcos visse da predatore tra i predatori. Imparò a comunicare attraverso ululati, grugniti, guaiti e fischi, affinando i sensi fino a percepire le minacce a chilometri di distanza. Il suo corpo si adattò all’ambiente montano: si muoveva a quattro zampe, sviluppò piante dei piedi talmente spesse da calciare rocce aguzze senza ferirsi e indossava pelli di daino e cortecce cucite con fibre vegetali. Strinse legami anche con altre creature del bosco, addomesticando persino un serpente a cui offriva latte munto dalle capre selvatiche. Ricordò sempre quegli anni selvaggi come il periodo più felice e sereno della propria vita, definendo quella lupa come l’unica vera madre che avesse mai conosciuto.
La cattura della Guardia Civil e le difficoltà nella società
Nel 1965 una pattuglia a cavallo della Guardia Civil avvistò una creatura seminuda che si spostava agilmente tra i dirupi della Sierra Morena. All’età di diciannove anni, Marcos venne catturato con la forza: non parlava più alcuna lingua umana, si esprimeva soltanto con morsi e versi gutturali ed era atterrito dalla vista delle divise. Il rientro nella civiltà non fu una salvezza, ma l’inizio di una dura sofferenza senza alcun percorso di riabilitazione. Ricoverato in ospedale e affidato a strutture religiose a Cordova e poi a Madrid, fu sottoposto a una rieducazione forzata: gli tagliarono i capelli, lo costrinsero a dormire su materassi che gli davano il senso delle vertigini rispetto alla nuda terra e gli imposero scarpe che gli piagarono i piedi.
Negli anni successivi fu costretto a svolgere il servizio militare obbligatorio, durante il quale fu bersaglio di prese in giro e angherie. Nella vita civile andò incontro a un continuo sfruttamento economico, tra datori di lavoro che non lo retribuivano e truffatori che gli rubavano i risparmi, restando disorientato dal rumore, dalla fretta e dal denaro, concetti lontani dalla sua natura.
Gli studi accademici, il cinema e la pace ritrovata a Rante
Negli anni Settanta la vicenda attirò l’attenzione del mondo universitario grazie all’antropologo Gabriel Janer Manila, docente presso l’Università delle Isole Baleari, che ne accertò la veridicità pubblicando una tesi di dottorato e il libro biografico intitolato He jugado con lobos. Nel 2010 la vicenda è stata narrata sul grande schermo con la pellicola Entrelobos del regista Gerardo Olivares, nella quale Marcos compare nella sequenza finale. Nonostante i riflettori e le apparizioni televisive, continuò a provare una forte nostalgia per la foresta; raccontò anche di aver provato a ritornare nella Sierra Morena, scoprendo con profondo dolore che i lupi non lo riconoscevano più a causa dell’odore di tabacco, sapone e civiltà che ormai lo ricopriva.
Nel settembre del 2001 trovò finalmente un approdo sereno a Rante grazie a Manuel Barandela Losada, un poliziotto in pensione che Marcos chiamava «il capo» e che lo accolse nella propria abitazione. Dopo la scomparsa del tutore, fu l’intera comunità del posto a prendersi cura dell’anziano con affetto e rispetto. Negli ultimi anni amava andare nelle scuole per dialogare con i bambini, esortandoli ad accarezzare gli animali e a vivere la natura piuttosto che passare le giornate davanti a schermi ed elettrodomestici, ricordando che i dispositivi si attaccano a una presa di corrente mentre gli esseri viventi chiedono e donano amore autentico. Con la sua scomparsa a ottanta anni, la Spagna e il mondo salutano una figura straordinaria, un uomo rimasto fino alla fine fedele alla lealtà del branco rispetto alle contraddizioni della società umana.
A cura della redazione
Leggi anche: Reddito universale: libertà o smarrimento esistenziale?
Seguici su Facebook e Instagram!

