Di Francesca Caon
C’è un punto fondamentale che nelle gogne mediatiche contemporanee viene sacrificato quasi subito: il tentativo di comprendere cosa una persona stesse realmente cercando di dire.
È quello che è accaduto durante una puntata di Porta a Porta, quando Concita Borrelli ha pronunciato una frase destinata a incendiare immediatamente il dibattito pubblico: “lo stupro fa parte di ognuno di noi”.
Da quel momento il meccanismo è stato rapidissimo: clip isolate, titoli polarizzanti, commenti indignati, condanne morali immediate.
Il risultato è che quella frase, per molti, è sembrata una normalizzazione o addirittura una giustificazione della violenza sessuale, ed è proprio questo che ha fatto esplodere lo scandalo.
È difficile non cadere nella trappola della reazione immediata: la frase è stata pronunciata, il termine stupro è apparso a molti inopportuno e l’effetto emotivo è stato inevitabile. Ma il punto, qui, non è stabilire se Concita Borrelli abbia avuto torto o ragione, il punto è osservare il meccanismo.
Perché oggi il dibattito pubblico non si ferma più soltanto alle parole pronunciate, conta anche il modo in cui l’ecosistema mediatico e sociale reagisce: amplifica, semplifica, polarizza.

Francesca Caon ph Press
Il meccanismo della gogna mediatica
Analizzare il modo in cui nasce una gogna mediatica non significa assolvere ciò che viene detto. Una frase può essere infelice, provocatoria, discutibile o persino profondamente sbagliata ma resta interessante osservare ciò che accade subito dopo: la velocità dell’indignazione, l’estrapolazione dal contesto, la trasformazione quasi immediata del dibattito in una reazione emotiva collettiva.
Probabilmente Concita Borrelli stava tentando, magari in modo impreciso o mal formulato, di affrontare un tema antico quanto la psicologia stessa: l’esistenza, dentro l’essere umano, anche di pulsioni oscure, aggressive e irrazionali.
Non nel senso che ogni persona sia uno stupratore o desideri commettere violenza ma nel senso che la natura umana contiene anche aspetti disturbanti, primitivi e conflittuali che la società prova continuamente a governare attraverso educazione, cultura ed empatia.
È una riflessione che attraversa da sempre psicologia, filosofia e letteratura.
Le radici psicologiche e filosofiche del tema
Freud parlava dell’esistenza di impulsi inconsci e aggressivi presenti nell’essere umano. Carl Gustav Jung descriveva “l’ombra” come quella parte di noi che contiene aspetti repressi, moralmente scomodi o socialmente inaccettabili. Persino filosofi come Hobbes sostenevano che la civiltà esistesse proprio per arginare la componente violenta dell’uomo.
Il problema è che nel linguaggio mediatico contemporaneo riflessioni di questo tipo, se condensate in una frase estrema, rischiano di collassare immediatamente.
Dire che “lo stupro fa parte di ognuno di noi”, se interpretato nel modo più letterale possibile, suona scioccante e intollerabile ma il significato implicito poteva essere un altro: riconoscere che la violenza non è un mostro alieno appartenente soltanto a pochi individui diversi da noi, bensì una possibilità oscura che l’essere umano deve continuamente imparare a controllare.
L’ambivalenza umana e la difficoltà di tollerarla
Emerge dunque un tema molto delicato: la società contemporanea fatica sempre di più a tollerare le riflessioni sull’ambivalenza umana.
Abbiamo bisogno di separare nettamente i buoni dai cattivi, i civili dai mostri, come se il male fosse sempre qualcosa di completamente esterno a noi. Ma molta psicologia sociale insegna esattamente il contrario: in determinate condizioni ambientali, culturali o collettive, anche persone apparentemente normali possono sviluppare comportamenti violenti o disumanizzanti.
Basti pensare agli esperimenti di Stanley Milgram sull’obbedienza o a quello di Philip Zimbardo a Stanford, che mostrarono quanto il contesto possa alterare il comportamento umano.
Naturalmente tutto questo non significa minimizzare la violenza sessuale, anzi. Significa forse affrontarla in modo meno rassicurante e più profondo.
Perché considerare gli aggressori come mostri totalmente altri da noi è psicologicamente comodo: ci tranquillizza. Ci permette di pensare che il male appartenga sempre agli altri ma spesso la realtà umana è molto più complessa e inquietante.
L’economia dell’attenzione e la complessità sacrificata

Ombrelli per shitstorm – Francesca Caon
Il problema è che oggi riflessioni di questo tipo fanno enorme fatica a sopravvivere dentro il dibattito pubblico contemporaneo, soprattutto quando toccano territori emotivamente esplosivi.
Perché nell’ecosistema mediatico attuale la complessità raramente viaggia intera, molto più spesso viene compressa, sintetizzata e ridotta alla sua parte più divisiva.
Una riflessione articolata richiede tempo, attenzione e contesto. Una frase controversa invece genera immediatamente reazione, condivisione e polarizzazione.
Ed è qui che entra in gioco un meccanismo mediatico molto più ampio.
Oggi l’informazione vive sempre più dentro l’economia dell’attenzione: i passaggi più forti, ambigui o disturbanti di un discorso diventano inevitabilmente quelli più rilanciati. Non necessariamente per malafede, ma perché sono quelli che funzionano meglio dentro la logica algoritmica e social.
Così una frase smette di vivere come parte di un ragionamento complesso e inizia a circolare come frammento autonomo: clip, titolo, reel, tweet.
E nel momento in cui il contesto scompare, resta soprattutto l’impatto emotivo delle parole.
A quel punto il dibattito non si concentra più sul significato profondo di ciò che si stava cercando di esprimere, ma sulla reazione morale immediata che quella frase riesce a provocare.
I bias cognitivi che alimentano la polarizzazione
È anche per questo che oggi molte discussioni pubbliche sembrano trasformarsi rapidamente in gogne mediatiche: la velocità della reazione supera quella della comprensione ed entrano in gioco anche le eucaristiche del giudizio attraverso i bias cognitivi.
Il primo è il negativity bias: il cervello umano reagisce con maggiore intensità agli stimoli negativi, scandalosi o disturbanti. Una frase controversa genera rabbia, disgusto, allarme morale e proprio queste emozioni aumentano la viralità.
Poi c’è il bias di conferma: tendiamo a interpretare le parole degli altri nel modo che conferma ciò che pensiamo già. Se una figura pubblica viene percepita come provocatoria, distante o radical chic, ogni sua frase verrà letta dentro quella cornice mentale.
Non si ascolta più per capire, si ascolta per confermare.
E infine c’è il bias di semplificazione morale: la mente umana fatica a tollerare l’ambiguità. Preferisce categorie nette, immediate, rassicuranti. Buoni e cattivi. Vittime e mostri. Giusto o sbagliato.
Ma la realtà umana raramente è così semplice ed è forse questo il vero nodo delle gogne mediatiche contemporanee: la difficoltà crescente di accettare che alcune riflessioni possano essere complesse, imperfette, persino disturbanti, senza per questo trasformarsi automaticamente in apologie o giustificazioni.
Francesca Caon, esperta di pubbliche relazioni e reputazione online, è autrice del libro “Ombrelli per Shitstorm” edito da Roi Edizioni, dedicato ai meccanismi delle crisi mediatiche e delle gogne digitali.
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