Cari giornalisti italiani, vi scrivo senza spirito di rivalsa e senza chiedere indulgenza. Vi scrivo per chiedere riflessione.
Per mesi la mia vicenda è stata osservata, commentata, amplificata con un’attenzione insistente, talvolta ossessiva. Un’attenzione che non si è limitata ai fatti, ma che ha inciso profondamente sulla mia vita: sulla mia reputazione, sul mio lavoro, sulla mia salute, sulla mia dimensione umana. Oggi, mentre alcuni nodi iniziano finalmente a sciogliersi, temo che lo stesso zelo non accompagnerà la ricostruzione della verità con pari intensità.

Maria Rosaria Boccia ph ig
So bene come funziona il meccanismo mediatico: l’attacco fa rumore, la rettifica molto meno. Ma è proprio in questo scarto che si misura la credibilità dell’informazione e la coscienza di chi la esercita. È facile accanirsi contro chi è esposto e più difficile interrogare il potere, soprattutto quando quel potere è interno allo stesso sistema.
Non vi chiedo di prendere posizione per me. Vi chiedo, però, di ristabilire un equilibrio, di guardare ai fatti con la stessa severità con cui mi avete giudicata, di applicare lo stesso metro, la stessa attenzione, la stessa profondità di analisi. La dignità non è un favore: è un diritto. E può essere ferita non solo da ciò che si racconta, ma anche da ciò che si sceglie di non raccontare.
Rimettere al centro la verità, anche quando è scomoda o meno “spendibile”, è il gesto più alto che un giornalista possa compiere. Farlo oggi significherebbe non solo correggere una narrazione, ma restituire umanità a una storia che, per troppo tempo, è stata trattata come un bersaglio.
Vi affido queste parole con rispetto, ma anche con la fermezza di chi ha pagato un prezzo altissimo. Alla vostra coscienza professionale, prima ancora che alle vostre penne, il compito di decidere se il silenzio sia davvero la scelta giusta.
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